ASSOCIAZIONE NAZIONALE DONNE MAGISTRATO- ADMI
INTERVENTO alla celebrazione del centenario della vita associativa dei magistrati italiani
Campidoglio - Roma 25 giugno 2009
Ringrazio l’Anm che ha organizzato questa importante celebrazione dell’invito rivolto all’ADMI, riconoscendo all’associazione che rappresento il ruolo significativo di un gruppo di donne magistrato che si sono impegnate e si impegnano da quasi vent’anni in tematiche delicate, affrontando a largo raggio i nodi più importanti della società e della giustizia ed hanno promosso un percorso culturale dal punto di vista non neutro del pensiero femminile.
Non solo i fatti dimostrano che l’ingresso delle donne in magistratura, tanto paventato anche dai nostri padri costituenti da richiedere anni di dibattito, l’intervento della Corte costituzionale nel 1960 e successivamente una legge nel 1963, privando la donna di partecipare a ben 16 concorsi dall’entrata in vigore della Costituzione, non ha prodotto i guasti previsti, ma anzi questo ingresso ha contribuito alla crescita nel nostro paese di un pensiero importante perché diretto ad affermare principi di uguaglianza e di parità sostanziale tra i sessi.
Pur condividendo il fatto che essere giudici significa preparazione, equilibrio, efficienza e di ciò le donne debbono continuare a dare prova, così come gli uomini, attualmente si comincia a riconoscere anche da parte di chi su questi temi è pervenuto a riflettere con qualche ritardo che non vi è un solo modello professionale, quello maschile, cui la donna debba necessariamente omologarsi, ma vi sono delle sensibilità e specificità innegabili che consentono di tracciare un approccio al lavoro, uno stile e delle regole che valorizzano l’autonoma significazione dell’essere donna giudice e che consentono di far emergere dall’invisibilità la dimensione femminile.
Di ciò l’ADMI si è resa conto sin dalla sua fondazione e perciò ha posto sin da subito il tema delle pari opportunità, conscia che la differenza di genere costituisce una realtà da valorizzare per la ricchezza che essa presuppone e dunque una risorsa del sistema, mentre non può essere negata, se non altro che per un’esigenza di giustizia.
Fu su richiesta dell’ADMI che in attuazione della legge 10 aprile 1991, n.125 fu costituito il Comitato Pari Opportunità presso il CSM, impegnato ad esaminare le molteplici difficoltà incontrate dalle donne magistrato nel lavoro ed a formulare proposte dirette al loro superamento, invitando anche ad una lettura nuova delle articolazioni dell’organizzazione del lavoro, che non comportano ricadute indifferenti sui generi, eliminando quegli aspetti che non permettono l’equilibrio tra responsabilità familiari e responsabilità professionali.
Ricordo le numerose delibere del CSM, su sollecitazione del Comitato Pari Opportunità in materia di assegnazione e tramutamenti di sede, organizzazione del lavoro, formazione. Ricordo la legge 13 febbraio 2001 n.48 con la quale fu istituito un organico aggiuntivo di magistrati distrettuali destinati a sostituire i magistrati assenti nell’ambito dei vari distretti di corte d’appello. Ricordo la costituzione dei CPO presso i distretti di corte d’appello e presso la Corte di Cassazione.
Ricordo analoghi risultati ottenuti dalle magistrature amministrative.
Tuttavia, nonostante la forte presenza femminile nella magistratura ordinaria, che si attesta intorno al 40% del totale, e che è destinata ad aumentare in forza del successo femminile ai concorsi ed alla scelta degli studi giuridici da parte delle studentesse universitarie, le statistiche dimostrano che vi è un gap consistente tra questo dato e la presenza femminile in posizione di vertice ad ogni livello, da quello giudiziario a quello associativo, anche se qualche passo in avanti è stato compiuto.
Passi non proporzionati, che nemmeno lo strumento delle quote rosa recepito dall’ANM nella formazione delle liste ( pari al 40% ) è riuscito ad accelerare in modo significativo.
Deficit che si riscontra anche in altri paesi, come la Francia , ove i tempi della presenza femminile in magistratura sono così lontani da non giustificare in alcun modo, sotto il profilo dell’anzianità, questa differenza.
Si tratta di autoesclusione, di strisciante cooptazione, di impossibilità di conciliare l’impegno professionale con quello domestico, dove- in questo sì- notiamo il quasi monopolio femminile, o di tutti questi fattori messi assieme?
Eppure le indagini effettuate in altri campi, come quello economico e finanziario in cui si rileva lo stesso gap dimostrano che nei paesi che hanno adottato le quote rosa in azienda, come la Norvegia, si è registrato che la rottura del monopolio maschile ha comportato un buon successo anche ai bilanci.
Rinunciare alla valorizzazione della professionalità femminile, dunque, costituisce uno spreco di risorse in ogni campo e lo è anche nel servizio giustizia, che necessita della massima efficienza e della collaborazione di tutti, uomini e donne.
Siamo consce che la sottorappresentanza femminile nei processi decisionali, fenomeno tanto più iniquo perchè presente in una civiltà occidentale come la nostra che a livello teorico propugna ideali di uguaglianza e di parità, costituisce un dato storico incongruo, ma radicato nel sistema e che il cammino da percorrere conserva le sue caratteristiche di impervietà rappresentate ancora da alcuni dei pregiudizi che animavano illustri uomini politici e giuristi oltre sessant’anni fa quando si negò di abolire le norme che impedivano alle donne gli accessi a molte carriere ed a molte cariche pubbliche.
Questo humus culturale che in parte è condiviso anche da molte donne impedisce il passaggio dall’astratta affermazione dei principi di parità ad una implementazione soddisfacente nel concreto , per cui solo una aderenza convinta a questi principi può suggerire i modi e gli strumenti attraverso i quali effettuare una svolta decisiva.
Crediamo che ci sia ancora molto lavoro per l’ANM e per l’ADMI in questo campo e con questo saluto auguro all’associazionisno dei magistrati di continuare con l’impegno di sempre ad affrontare i problemi di domani.