MANIFESTO PROGRAMMATICO




Perché un'associazione di donne magistrato? E’ necessaria? Può essere utile in un sistema giudiziario tormentato da mille problemi?

  Non costituirà un'ennesima manifestazione di frazìonismo all'interno di una magistratura già abbastanza divisa?

  Sono interrogativi che ognuna di noi si è lungamente posti, prima in una riflessione personale, quindi confrontandosi con le colleghe ed i colleghi, in un dibattito sempre più acceso e stimolante.

  E’ progressivamente maturata, nel corso di tali incontri, la certezza della necessità, e più ancora della indifferibilità, di una scelta associativa che offra un punto di riferimento avanzato a tutte le donne giudici ed uno spazio di rifiessìone comune sulla loro professionalità.

  Ed è estremamente significativo che questa scelta si sia espressa ora nel 1990, a venticinque anni dall'ingresso in magistratura, dopo che le donne hanno occupato tutti i gradi e tutti gli spazi della giurisdizione e in un tempo in cui la componente femminile dei vincitori di concorso raggiunge percentuali sempre più elevate.

  E’ significativo perché essa esprime un momento di forza, e non di debolezza, delle donne giudici, fondato sulla constatazione che è in atto un processo - chiarissimo ed irreversibile - di marcato inserimento delle donne nella pratica del diritto, non solo perché sono sempre più numerose le donne che lo studiano e lo applicano, ma anche e soprattutto perché, loro tramite, si innestano nel diritto nuovi contenuti e nuovi modelli di metodo.

L'esperienza professionale quotidiana ci ha rivelato che esiste una differenza nell'essere giudici, che deriva dalla diversa storia e dal diverso cammino culturale delle donne, e che è segnata da un diverso approccio ai problemi, determinato a sua volta da una diversa identità dei valori di riferimento.

Noi intendiamo avviare una seria riflessione sulla specificità del nostro ruolo, sui modi del nostro operare e del nostro fare giustizia, sul se e quanto la nostra presenza abbia inciso sull'interpretazione ed applicazione delle nonne, modificando i valori socio-culturali del giudice e dando risposta ad istanze di giustizia in passato lungamente ignorate, prima ancora che disattese.

Questa riflessione richiede e presuppone la costruzione di una nostra autonomia, di uno spazio proprio che si ponga come luogo di confronto delle nostre esperienze professionali, in cui ciascuna possa riconoscersi con tutta la concretezza delle proprie esigenze e la ricchezza della propria specificità, per acquisire insieme piena consapevolezza della nostra forza e rendere visibile la nostra presenza.

Autonomia, non per creare un nuovo ghetto femminile, ma proprio per vincere quella separatezza che da sempre costituisce lo strumento di emarginazione sociale e politica delle donne, per superare quella interiorizzata tendenza all'auto esclusione dai centri decisionali, che appare alimentata, se non generata, da un sistema volto a perpetuare, attraverso una certa concezione del modello partano, la sostanziale disparità delle donne, esaltando e premiando gli aspetti di competitività, di ambizione e di aggressività, negando o sottovalutando le differenze femminili che più interferiscono con quel modello.

Autonomia come percorso e come strumento per dare concreta espressione alla nostra specificità e contribuire alla elaborazione di nuovi modelli professionali che aderiscono, superando ogni forma dì omologazione al modello di cooptazione maschile, alle peculiarità del nostro sentire e del nostro modo di fare giustizia.

Attraverso la scelta associativa intendiamo costruire una nostra identità dì gruppo, che non preclude certamente la partecipazione personale all'attività dell'Associazione Nazionale Magistrati, ma pretende una presenza diretta delle donne nel luoghi di formazione delle scelte di politica legislativa e giudiziari, attraverso la revoca definitiva di ogni forma di delega.

Intendiamo rimanere immuni dalle suggestioni di vecchie e nuove forme di cooptazione o di dipendenza da gruppi politici di ogni tipo, nella piena consapevolezza che il rifiuto di forme e pratiche di potere subordinate alla politica costituisce presupposto assolutamente necessario per il corretto esercizio della funzione giurisdizionale.

Nella memoria delle varie forme di dipendenza che hanno segnato la nostra storia, e nella coscienza della nostra forza e del nostro potenziale di idee e di progettualità, vogliamo partecipare come soggetto collettivo al processi di trasformazione che oggi investono il mondo giudiziario, ponendoci come dirette interlocutrici di quelle forze sociali e politiche che sono impegnate per la realizzazione di una giustizia migliore, nella convinzione che il nostro apporto possa contribuire all'affermazione di nuovi valori in cui tutti, uomini e donne, possano pienamente riconoscersi.
 
 

 

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