In occasione del recente congresso dell’
ANM sono state apportate modifiche allo statuto volte a favorire, attraverso la
determinazione di quote minime per genere nelle candidature, la partecipazione
delle donne alla vita associativa.
Si tratta indubbiamente di un successo per
le colleghe che con tenacia si sono impegnate, confrontandosi con ben note
ostilità e resistenze, in questa battaglia.
Ma non possiamo non ricordare che all’
Assemblea nazionale dell’ ANM del 26 - 27 ottobre 1991(oltre quattordici anni
fa!) l’ ADMI propose una modifica statutaria nello stesso senso, ma con una
previsione di quota minima per genere molto più bassa di quella ora approvata,
riscontrando tra i colleghi e le colleghe di tutte le correnti, compresa MD -
oggi certamente la più sensibile a questi temi - una assoluta chiusura.
Nel momento in cui il presidente Riviezzo,
leggendo da un palco connotato da una presenza esclusivamente maschile il
documento conclusivo, liquidava nelle ultime due righe il compiacimento per la
modifica statutaria, quel risultato ci è apparso plasticamente come un piccolo,
timido passo: una misura minima e non sufficiente a garantire alle donne
magistrato - ormai quasi pari al 40% del totale dei magistrati - un ruolo di primo piano nella vita
associativa e negli incarichi di vertice,
un involucro che deve essere riempito di contenuti attraverso un impegno
di tutti nel senso del cambiamento della mentalità e nella articolazione dell’
attività dell’ ANM.
E non possiamo non pensare che tale impegno sarebbe ora meno arduo se quella modifica fosse stata approvata quattordici anni or sono.
Gabriella Luccioli